Sono disceso sulla terra. Di nuovo. Forse per l’ultima volta.
Ho girato come un vagabondo un po’ ovunque… spaziando in ogni dove e con mio rammarico e dolore ho visto cose inaudite.
Strade disseminate di immondizie puzzolenti. Corsi d’acqua inquinati e i loro abitanti agonizzanti o già scheletriti, privi di vita. Foreste di alberi maestosi divelte e rase al suolo… cemento e alti palazzoni inquietanti sfregiano il cielo un tempo azzurro e oggi di un pallido grigio fumo plumbeo. Che tristezza! Intorno a me povertà e miseria… c’è chi rovista in qualche cassonetto in cerca di cibo avanzato e stantio o di qualche straccio sudicio da poter indossare per coprirsi.
Andirivieni di gente di ogni colore e razza che corre di gran fretta con sguardi cupi e tristi. Nessun saluto… poche chiacchiere e via.
E neppure quell’uomo supino coperto da un cartone a brandelli in quel triste vicolo merita attenzione e pena.
Indifferenza al dolore!
Poco più il là alcune grida: una rissa fra un gruppo di ragazzi. Sono armati di spranghe e coltelli.

Entro, dopo aver bussato con insistenza, in una famiglia: non mi sentono e non mi vedono impegnati da strane occupazioni. Due bimbi davanti a quella diabolica scatola parlante ipnotizzati; non respirano presi da immagini di cruda violenza animata anche se oggi definiti programmi educativi per i giovani. I genitori ci sono? Ah… sì eccoli… La mamma pigia sui tasti del pc e compare quel social network che ormai spopola ovunque. Se non sei su FB… non esisti. Il papà… invece, povero lui, tutto solo intrappolato da una partita di pallone trasmessa in diretta alla tv, in cucina; con una birra in mano urla, impreca… e bestemmia.
Avvilito e sconsolato mi avvio verso l’uscita.
Il mondo sta andando a rotoli.

Una giovane ragazza neppure ventenne entra in uno stabile a più piani. La seguo: attende in silenzio seduta con occhi tristi e velati davanti ad una porta chiusa. L’odore asettico e forte di disinfettante mi provoca un capogiro.
Dopo un po’ una donna in camice bianco la invita ad entrare. Lei mogiamente e con le spalle ricurve da un peso insopportabile scompare all’interno. La porta si chiude. Cade un silenzio tagliente.
Sulle pareti della sala spiccano quasi ad invitarti immagini di piccole creature non ancora formate nel grembo materno.

In una enorme stanza arredata superbamente con mobili ricercati all’ultimo piano di un edificio a specchi… una decina di uomini attorno ad un tavolo rotondo discutono animatamente. Bevono. Ridono. Parlano di denaro, di potere, di armi, di medicinali, di morte… Terrificante! Decidono le sorti di questo mondo. Il mondo è loro? No… no…come si permettono.

Alla fine di una via costeggiata da alcuni alberi rinsecchiti o con foglie ingiallite scorgo una nuda croce posta sulla punta di un tetto spiovente. Oh… finalmente! Il mio cuore esulta… Allungo il passo e… rimango a bocca aperta… sconvolto.
Una imponente struttura luccicante di metallo cromato di forma e disegno bizzarro e alquanto aliena rallenta per un attimo i battiti del mio cuore. Cos’è? Non può essere la Casa di Dio… no… no…
Varco la soglia e rimango senza parole. Ho solo una certezza… qui Lui non c’è. Mi allontano nauseato. Possibile che questo mondo sia ridotto così?

Ricordo i tanti cieli tersi e azzurri, il profumo soave dei fiori… il canto melodico degli uccelli e il loro leggiadro volo. Le enormi distese marine blu cobalto… l’acqua limpida e trasparente.
Non posso neppur dimenticare le risa dei bimbi giocosi nei verdi prati… La dolce ninna nanna di una mamma che stringe fra le braccia la sua creatura. Le mani intrecciate di quella coppia che si ama con purezza di cuore… E tenere parole di conforto e di considerazione al vecchietto che racconta nostalgico di tempi lontani.

Dove è finito tutto questo?

Anche il sole ha perso il suo brillare… ora opaco e velato. Neppure le stelle nelle notti più buie assieme alla tonda luna fanno più sognare.
Una lacrima inumidisce i miei occhi. Mi siedo sconsolato su un freddo muretto scrostato e pennellato da alcuni disegni incomprensibili e da frasi oscene.
Su un tronco amputato e inerte a ridosso di una pozzanghera si posa un piccolo uccello… cinguetta orgoglioso scuotendo il capino. Mi stupisce la sua allegria, il suo canto melodico.
Poco più in là una bambina parla alla sua bambola e ride. Eccola che si avvicina… mi prende la mano:
– Perchè sei così triste? Se vuoi sto un po’ con te e ti faccio compagnia… – La guardo: è così carina con le trecce e il naso a patatina. Le sorrido.
– Sai, ora non sono più triste piccola e ti ringrazio… forse non tutto è perduto. –
– Sono contenta… io sono Angelina e questa è Betty… ti piace? Te la presento. E tu come ti chiami? –
– Piacere… tu come vorresti che mi chiamassi? –
– Beh io non so… assomigli molto a mio papà, ma lui ora è in cielo. Si chiamava Amato. –
– Che bel nome… mi piace…. si, chiamami Amato se vuoi –
– Sì si… hai gli occhi più azzurri di babbo, la barba diversa e i capelli più lunghi, ma sono contenta.-
– Ora devo andare piccola Angelina. –
– Oh… va be’… se proprio devi… ma mi prometti una cosa? –
– Dimmi pure –
– Appena potrai salutami tanto il mio papà… e digli anche che mi manca tanto ma so che è Lassù con mio nonno Berto e gli angioletti – e mi lasciò la mano.
– Lo farò senz’altro… e sai che ti dico: fosse anche solo per te, dolce Angelina ritornerò e salverò questo mondo che nonostante tutto amo e a cui ancora credo. Un’altra possibilità… sì… –
E un attimo dopo… un soffio leggero di vento scompigliò le bionde trecce di Angelina e mosse la gonnellina fiorita del vestitino.
Sul muretto un luccichio… una minuscola goccia di cristallo simile a una lacrima dimenticata.
Poi più nulla.

Il sole nel cielo di nuovo azzurro aveva ripreso a brillare.

Stefania Parolin

abbraccio10-2

Annunci