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10 gennaio 1503

Ho navigato a lungo nei mari del mondo sfidando tempeste e onde impetuose. Spesso ho pensato di non farcela e di venir sopraffatto dalle spume, ma sono qui a ricordare oggi, lo straordinario incontro all’alba di un giorno qualunque in pieno oceano, di venti anni fa.

Dodici ore prima una furiosa burrasca aveva danneggiato la vela maestra e divelto il pennone. La bonaccia successiva permise ai miei uomini di riparare lo squarcio e la rottura; rammentai che il cielo plumbeo sfumava le acque di argento porpora creando preziose ombre leggermente increspate.
Con il binocolo osservai la linea netta dell’orizzonte. Niente… eravamo soli.
Mi appoggiai alla balaustra aggiustandomi il basco. Non rammento quanto tempo passò…pochi minuti, penso.
Il mio sguardo fu catturato da uno strano luccichio, un bagliore luminoso verso poppa.
Puntai in quella direzione e la vidi: vidi una sinuosa forma femminea adagiata su un grosso tronco. I lunghi capelli scuri sciolti e umidi sulle spalle rosee… il busto leggermente inclinato quasi adagiato in una postura rilassata; i seni scoperti piccoli e tondi simili a boccioli. Una immagine irreale e fiabesca… forse un tenero fantasma… una ninfa leggendaria… o forse una mitica nereide.
Non riuscivo a vedere gli arti inferiori essendo immersi nella spesse profondità delle acque marine.
Una leggera brezza spinse lentamente il tronco verso l’imbarcazione e la creatura percepì l’immediato pericolo. Si voltò e mi vide. E io mi persi nei suoi occhi color del mare, nelle sue labbra ben disegnate, in quella fronte spaziosa… nella perfezione del naso, nella pelle color madreperla. Ma fu palese anche la sua improvvisa paura.

Ordinai ai miei uomini di calare una scialuppa. Ci fu un via vai chiassoso… non seppi se feci la cosa giusta, ma un forte desiderio mi spinse.

Appena le fui vicino urtai il tronco facendolo sbattere sulla carena della nave. Due occhi terrorizzati mi trafissero e un urlo simile ad un grido di un animale ferito e in preda ad una primitiva paura mi sconvolse. Un suono stridulo, penetrante e fastidioso e la creatura scivolò velocemente nell’acqua.

– Fermati… non scappare… ti prego – riuscii a dirle con accorata supplica. Non so se capì, ma mi guardò ancora, a lungo tristemente. Mi parve un tempo interminabile… gli occhi negli occhi. Il mio respiro ansimante quasi a fondersi con il suo, i battiti del mio cuore impazziti, forse percepiti anche fra il frantumarsi delle onde. Provai un brivido.

Un vento di maestrale aveva ripreso a soffiare e le vele dei tre alberi si gonfiarono.

E mentre quel corpo scivolava sinuoso intorno alla scialuppa avvolta nella schiuma, ecco apparire a fior d’acqua una lucente pinna argentea. Il sole rimpossessatosi di nuovo del cielo illuminò dolcemente quella splendida creatura; non era fuggita inabissandosi, ma aveva ripreso a girare sbattendo la coda con nervosa violenza.

Le tesi la mano e sperai in una sua resa.

Desideravo accarezzarla anche per un solo attimo.. sfiorare il corvino dei capelli, la vellutatezza della pelle, la morbidezza dei fianchi… la setosità di quel corpo animale che era intriso di leggenda fin dalla notte dei tempi. Si sollevò appena con il viso, protraendosi leggermente e mi ritrovai ancora ad annegare in quegli occhi color del mare.

I miei uomini dall’alto della poppa osservavano in silenzio la scena respirando appena.

Ecco: dolcemente sfiorai i contorni del suo viso che scambiai per fine porcellana. Toccai una ciocca di capelli: erano fili di seta. Lei non si mosse e lasciò che le mie mani scivolassero lungo il collo fino ai seni. Mi parve un sogno… forse era un sogno…

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Una lacrima cristallina scese lungo le sue gote. L’asciugai con una carezza…

– Dimmi qualcosa? Chi sei? Mi capisci? – le chiesi tutto d’un fiato. Ma mi resi conto che non comprendeva. E di  nuovo quel suono, quello strano verso che mi fece rabbrividire. Si divincolò dal contatto e con un colpo possente di coda, s’immerse sparendo nell’abisso.

– Nooo – gridai. Inaspettatamente riaffiorò dopo pochi attimi, e appoggiandosi alla carena della scialuppa mi prese la mano. La sua era gelida: la strinse forte. Provai un tuffo al cuore, un’emozione soprannaturale, una gioia immensa e un desiderio di averla, di sentirla mia… viva e vibrante fra le mie braccia. Cercai di tirarla su, con forza, ma evidentemente non era quello che tale creatura voleva; infatti scivolò via girando più volte intorno alla barca. Non sapevo cosa dovevo fare; ero inerme.

La risposta non tardò.

Mi fissò dritto negli occhi. Il suo viso era contratto e ancor più pallido: pareva potesse sgretolarsi da un momento all’altro. Dalle sue labbra leggermente socchiuse uscì un lungo interminabile soave e delicato lamento. Capii che stava piangendo e che questo era il suo saluto di commiato, il suo addio.

Si fermò di nuovo vicino a me, ma evitò di guardarmi. Il suo capo abbassato mi parve uno stato di resa, un’abbandono alla sorte.

Una forte tristezza s’impossessò di me e invase il mio cuore.

E un attimo dopo… lambita dai flutti e dalle spume, battè la pinna con forza e s’immerse. Pochi secondi per rivedere quel corpo lucente e sinuoso inabissarsi lasciando un vuoto irreale tutt’intorno.

Gli uomini esterefatti ma silenziosi compresero il mio animo triste e non dissero nulla.

Rinchiuso in cabina cercai di tornare alla realtà e di capire il perchè dell’accaduto; non ebbi alcuna risposta neppure negli anni a venire. So per certo però che quel 10 gennaio, in quell’incontro leggendario e magico, in un oceano senza fine, il mio cuore e tutto il mio essere uomo non hanno più provato quei caldi brividi e quelle intense emozioni.

Fine

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