tableau-faro1

Il mare infuriato non dava tregua da alcuni giorni. Riversava la sua forza sui grossi scogli che circondavano l’isolotto dove sorgeva appuntito e regale il faro. Il suo colore bianco spiccava simile ad una figura spettrale nella nebbia dei vapori.
Le onde spumose e impetuose si frantumavano con fragore rumoreggiando paurosamente.
Il cielo plumbeo e striato di grigio prometteva ancora cattivo tempo.
Prima del cambio della guardia sarebbero passati parecchi giorni.
Anche quella sera Tonio, un quarto d’ora dopo il tramonto, cominciò l’accensione della lanterna affinché il faro fosse pienamente in funzione al declinare del giorno.
Dopo aver annotato, come da regolamento, sul taccuino le proprie osservazioni riguardanti lo stato delle apparecchiature, si rilassò per alcuni minuti.
Accese la pipa e un rivolo di fumo dolciastro scomparve nell’aria e la profumò delicatamente.
– Ah… eccoti qua, vecchio mio. Dov’eri sparito?- e accarezzò la testolina pelosa e riccioluta del cane che scodinzolava menando la coda contento. Si abbottonò la giacca blu, ornata sul collo e sul revers da una stella ricamata in oro. In testa portava il basco anch’esso impreziosito da una stella e un’ancora.
Era la sua divisa di capo guardiano che indossava con devozione e orgoglio.
Sembrava ieri quando aveva sostituito Franco dal quale aveva imparato l’arte di governare un faro. Sì, si può definirla senz’altro un’arte unita ad una grande passione.
Un lavoro duro ma che amava perché adorava il mare, sin da piccolo. Spesso dalla scogliera perdeva ore e ore a fissare l’immensa vastità d’acqua senza confini e quella luce chiara, pulsante e benefica che rischiarava il buio, e sognava. Un giorno, in cuor suo, aveva deciso: “ Voglio fare il guardiano del faro. ”
E la mamma lo chiamava insistentemente, dal portico, per la cena. Niente. Tonio non sentiva.
Sì, la quotidianità era monotona. Grandi sacrifici e medesime sequenze giornaliere. L’accensione e lo spegnimento, l’attesa del cambio della guardia, la solitudine, le lunghe notti insonni, i rari momenti di svago. In fondo la vita somigliava ad un giorno senza fine ai confini del mondo, ma Tonio era felice.
Erano trascorsi sette anni.
Il mare quella notte scatenò la sua collera addosso al faro. Terribili onde si accanirono per ore senza pietà e con tanto furore, arrivando fino in cima alla lanterna. Sibili e fischi come urla nelle tenebre. A volte, pareva che la struttura oscillasse e cedesse, ma Tonio era tranquillo. Quante tempeste avevano affrontato assieme in balia degli elementi. Quanti schiaffi violenti presi, ma il faro era saldo come una roccia e aspettava la resa del mare uscendone sempre indenne.
L’alta marea spesso copriva l’isolotto, ma il gigante bianco sfiorava il cielo, maestoso e impettito.
Per parecchi minuti scrutò attentamente nell’oscurità cercando in quell’inchiostro bollente possibili segnali o richieste di aiuto, ma sia la radio sia il buio rimasero muti.
Bruto si era accucciato sul tappeto e ronfava.
L’arrivo dell’alba sfumò le tenebre e lentamente si fece giorno. Il sole illuminò il cielo, finalmente azzurro, pennellandolo di sbuffi ovattati.
Una pace quasi irreale circondò il faro.
L’abbaio insistente del cane, sceso da pochi minuti, lo costrinse a fare le scale a spirale e ad uscire, abbandonando per un po’ il minuzioso compito di oliare i cordami, i chiavistelli, le serrature e le spagnolette di ferro per mantenere in perfetta funzione il meccanismo e prevenirne l’ossidazione.
Nel pomeriggio gli spettava la lucidatura approfondita delle piastrelle colorate e la cera da strofinare sul pavimento di legno.
– Eccomi… perché fai tutto questo chiasso, Bruto?- e si avvicinò al limite dello scoglio.
Qualche metro più in là, avvolta in un abbraccio d’onde, vide una bottiglia di vetro. Le tempeste, a volte, lasciavano sull’isolotto qualche tronco e un po’ di tempo prima, pure un barilotto vuoto e dei cordami.
Ritornò all’interno del faro, nel ripostiglio, per procurarsi un retino che usava quando pescava.
Allungò il braccio e s’impossessò della bottiglia. Era chiusa con un tappo di sughero. E la sorpresa fu ancora più grande quando notò, al suo interno, un foglio arrotolato. Non riuscendo a farlo uscire, ne ruppe il collo.
Curioso ma emozionato aprì il foglietto.
Uno scritto leggibile: “ Ti amo Lucrezia ” e nient’altro, né firma né data.
Chissà da dove veniva, cominciò a pensare e a fantasticare Tonio. Forse era l’atto estremo di un naufrago rivolto alla donna amata, forse una semplice dichiarazione d’amore di un giovane romantico o forse un amore impossibile di un uomo disperato che al mare aveva lanciato il suo grido struggente.
Bruto con il muso gli diede un colpetto sul braccio.
Lo accarezzò.
– Vecchio mio, l’essere umano a volte riesce ancora a stupirmi e a commuovermi. –
Prese una bottiglia vuota conservata all’interno di un mobiletto e v’infilò il messaggio. La chiuse con il medesimo tappo e sotto lo sguardo attento di Bruto, la lanciò dallo spuntone più alto dell’isolotto.
Il mare la fece di nuovo sua e, mentre un’onda la catturò nel suo vortice invitandola di nuovo a ballare fra le spume biancheggianti, le augurò di arrivare in tempo, integra, al cuore di Lucrezia.

Stefania