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La giornata assolata e calda dei primi giorni di agosto dopo un’ improvviso temporale durato parecchie ore invitò Lucretia ad uscire nel immediato meriggio seguita dallo schiavo Etius. L’attendeva l’amica Duilia.
Il padre Marcus era stato convocato a Roma dal tribuno Caio Cornelio per alcune questioni territoriali. La madre Lidia invece era alle terme con Domitilla; lì, fra chiacchiere e pettegolezzi sarebbe rientrata a casa a ora tarda.

Da tempo Formiae era affollata; c’era eccitazione. Ai primi del mese successivo si sarebbero svolti i Ludi pubblici.
Percorse un piccolo tratto della” Regina Viarum”, la Via Appia, guardandosi intorno sconcertata; parevano tutti impazziti e in fermento.
Sui muri delle case l’organizzatore dei giochi aveva reso noto alla cittadinanza i nomi dei gladiatori e la loro specializzazione, la distribuzione di cibo e la presenza del velarium sull’arena per proteggersi dalla calura o dalla pioggia. Ci sarebbero state le corse con i carri e le venationes, i combattimenti con le belve. Le diede un’occhiata veloce senza entusiasmo.
Il rumore fastidioso e assordante dei “plaustrum” , i carri trainati da cavalli che correvano sul lastricato di basalto intimati dalle fruste scoccate dai conducenti, l’innervosì.
In attesa di Duilia si fermò alla fontana, dove si racconta che in un tempo lontano Ulisse abbia incontrato la figlia di Antiphates, re dei Lestrigoni. Una leggenda che l’aveva sempre affascinata e incuriosita. E ne ricordò i versi:

“I carri conduceano alla cittade
Dagli alti monti la troncata selva;
E s’abbattero a una real fanciulla,
Del Lestrigone Antifate alla figlia.
Che del fonte d’Artacia, onde costuma
Il cittadino attignere, in quel punto
Alle pure scendea linfe d’argento…”

Si perse per un lungo attimo a guardare il mare calmo color indaco e dopo un respiro profondo ritrovò un po’ di pace.
Oltre il promontorio lambito da spume e flutti dove si ergeva indomita e altera Cajeta, scorse in avvicinamento un grosso veliero che scivolava lento spinto dalla brezza pomeridiana.
Era una “nave onorariae” romana trasporto merci.
– Eccomi, Lucretia. Hai visto, stanno arrivando – e, leggermente infervorata indicò con il dito l’imbarcazione che entrava nel golfo.
– Sì, ma Duilia… che c’è da vedere. E’ una nave! –
– Sei la solita disinformata. Lì dentro ci sono i gladiatori e si mormora anche alcune belve feroci. Si programmano combattimenti e lotte in arena; pare che ci sia un certo Lucius, un sannita, che proviene dalla scuola di gladiatura imperiale di Roma. C’è agitazione, Lucretia. –
– Non sapevo che ti piacessero gli spargimenti di sangue. –
La giovane amica fece spallucce e sbuffò.
– Ho voglia di svagarmi un po’. Sai quanto ami divertirmi e ultimamente qui a Formie ci si annoia. So che ci saranno spettacoli, cerimonie varie e banchetti. Noi patrizi saremo di certo invitati, non credi? –
– Attenzione… fate largo. Sta passando il console Lucio Cassio – ordinò una voce perentoria. Si scostarono velocemente.
L’uomo era alto con i capelli neri corti, vestito con una toga chiara drappeggiata e sopra un mantello scarlatto fissato da una fibula alla spalla. Incuteva timore e trasudava potere. Nell’anulare sinistro portava un anello con sigillo dimostrante la sua carica. Era scortato da Littori e da un drappello di soldati.
– Guarda, pare sia lui che ha indetto e paga i giochi. Forse presenzierà anche Cesare. Da non credere! L’arena è un’attrattiva per i grandi di Roma. Dai, andiamo al porto così possiamo vederli sbarcare. –
Seguì l’amica.
Lungo la via le “tabernae” , erano aperte e si cominciava a fare affari con i commercianti e a trattare.
Sostarono davanti ad una “tabernae unguentaria” che esponeva vari oggetti per il trucco, dai profumi ricercati provenienti dal lontano Oriente racchiusi in fini contenitori a forma di colomba, ai vasetti per gli unguenti, agli specchi di varie forme di rame e bronzo e a bellissimi ventagli dalle delicate sfumature ocra.
Lasciò che Duilia chiacchierasse ma non le prestò molta attenzione. Stava pensando a Tulliola ed era preoccupata. Appena possibile le avrebbe fatto visita. Era di qualche anno più vecchia di lei ma con Tulliola s’era instaurato un bellissimo sincero rapporto d’amicizia. Trascorrevano ore nel parlare di arte, di libri, di Omero, di filosofia, di piaceri mondani e di frivolezze, perché no… erano pur sempre giovani donne.
Il padre di Tullia, chiamata affettuosamente Tulliola, aveva un ottima stima della famiglia di Lucretia e spesso lo invitavano a cena nella villa a pochi metri dal mare. Ricambiati poi a loro volta nel presenziare a suntuosi banchetti nella splendida dimora del magistrato e console Marcus Tullio Cicero, meglio conosciuto come Cicerone.
Al porto situato a ovest in un’insenatura, una folla curiosa era in attesa dell’arrivo della nave. Ed eccola, apparire maestosa schiaffeggiata dai flutti. La brezza gonfiava le vele quadre e la spingeva lentamente verso la costa.
– Finalmente… – si sentì dire da un giovane uomo alle loro spalle.
Dopo alcune sapienti manovre aiutata dai rematori la nave attraccò alla banchina.
Scortati da una squadra composta di soldati scese un gruppo di uomini.
– Sono loro… guarda Lucretia, che colossi – disse Duilia estasiata.
Erano alti e ben piazzati, con muscoli torniti e toraci ampi e forti; addestrati con disciplina a disprezzare la morte e pronti a sacrificare la vita con onore in combattimento. Anche se non parevano erano schiavi, prigionieri di guerra, criminali o condannati a morte.
Nel gruppo c’erano due donne.
Uno in particolare colpì l’attenzione di Lucretia: i suoi occhi erano così scuri e penetranti da far rabbrividire. Quando incontrò quello sguardo il cuore della giovane ebbe un sussulto e il fiato le si smorzò in gola; e lui continuò senza riguardo a fissarla fin che furono fatti salire su alcuni carri fra acclamazioni di giubilo e commenti sulla loro prossima sorte.  (continua)

Stefania

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