A spasso con me

JOgging-8Sono uscito presto, questa mattina. Il sole stava pian piano levandosi oltre la duna.
Attraversai la strada con attenzione ma vista l’ora, il via vai delle auto che saettano a destra e a sinistra in un continuo frastuono e strombettio, era pressoché nullo. Un deserto d’asfalto.
Il viale alberato era spoglio da ogni essenza di vita; solo una piccola graziosa lucertola priva di coda zampettava sinuosa lungo il tronco rugoso di un alto pino marittimo alla ricerca di un raggio di sole per il suo consueto bagno di luce. Al mio passaggio, come il solito, raggiunse in fretta una piccola insenatura nel legno e si rifugiò al suo interno.
Nella panchina, antistante alla discesa che portava al mare, dormicchiava seduto scomposto con la testa penzoloni, un anziano. Il giornale quotidiano scivolato per terra. Alcuni fogli erano sparsi nell’erba spinti dal vento. Gli passai vicino ma non si mosse.
Finalmente incontrai il primo uomo “in vita” che correva leggero e sorridente, non so perché, dalla parte opposta della strada. Stava facendo jogging e quella sua palese felicità espressa da una fila di denti bianchissima e ben in mostra, stampata tipo manifesto pubblicitario per sponsorizzare qualche nuovo e miracoloso dentifricio, mi parve alquanto falsa e fuori luogo. Sapevo che correre era faticoso e neppure tanto divertente.
Continuai la mia passeggiata superando un ponticello di legno. Sotto scorreva un piccolo corso d’acqua, a volte senz’acqua. Oggi invece un rivolo, forse alla fine dei suoi giorni, scivolava lento.
Dal muretto, guardando giù vidi alcune rane che con un “cra cra” mi diedero il buongiorno e poi con un salto scomparvero sotto il fogliame. La loro non è una lingua universale, quindi le salutai con un cenno.
Ecco il mare! Vivevo qui da qualche tempo e ogni volta che vedevo il mare, cercavo di scoprirne i confini ma la sua distesa era infinita.
A essere sincero non amo particolarmente sguazzare nell’acqua e il mio nuoto è esclusivamente per salvarmi la pelle. Un po’ invidiavo, ed è difficile che lo ammetta essendo alquanto orgoglioso, il migliore e fedele amico dell’uomo, parlo del cane, che si butta in acqua come un pazzo per raccogliere un semplice tronco amorfo, per di più non commestibile, ma che lo rende tanto felice e soddisfatto.
Parli del diavolo… ecco che spunta la coda. Un piccolo, ma non troppo ammasso di pelo correva abbaiando verso alcuni gabbiani che zampettavano a caccia di molluschi. All’arrivo della matassa di ovatta crespa si alzarono in volo emettendo stridii acuti.
Il padrone lo richiamò a gran voce:
“ Birillo…!” Ubbidiente ritornò sui suoi passi leggermente avvilito. A me i cani non piacciono. Ero allergico.
Una volta poi, il cane degli inquilini del secondo piano, la famiglia Marchetti, un quattro zampe pulcioso, con la barba, due orecchie lunghe e larghe come un elefante, una coda a ricciolo simile a quella dei porci che si chiamava Rufus, un nome appropriato, mi si parò davanti al portone d’entrata del palazzo e minacciosamente mi mostrò “un sorriso” completo di tutti i denti canini compresi, e mi puntò. Capii che non era un bel giorno per me, anche se il sole splendeva e nella mia mente scattò, come in un film, un ciak si gira. Guardai a destra e a sinistra per trovare un varco d’uscita e darmela a gambe levate (per alcuni secondi una musica tipo: Profondo Rosso) e mi resi conto che l’unica via di salvezza era attraversare la strada di corsa (e qui il suo sguardo duro, fissa il mio e la musica cambia d’improvviso: Mezzogiorno di fuoco). Era, infatti, mezzogiorno e il traffico della statale inimmaginabile. Passare forse era un suicidio (e vidi in un flash le mie esequie e una bianca lapide marmorea su cui era scritto: Qui giace Romeo un compagno di vita amato da tutti).
Il coraggio però non mi è mai mancato. La musica cambiò di nuovo, questa volta presa dal film: La carica dei 101; come un fulmine mi girai di scatto lasciando la paura sul ciglio, attraversai la strada velocissimo. Non credo che il nuovo treno Milano – Roma ad alta velocità avrebbe potuto eguagliarmi. E ce la feci per un pelo, lui invece… Seppi che per Rufus non ci furono esequie, ma un sacco di plastica scuro e un cassonetto anonimo, verde marcio.
Fui triste per qualche minuto, giusto il fatto doloroso, poi ripresi la mia dignità e tornai a casa a testa alta.
In fondo questa è la vita!
La spiaggia si stava popolando. Un bimbo seminudo seguito dalla mamma giocava allegramente con la palla.
Mi soffermai curioso a osservare una buca profonda, ma vuota, vicino alla riva. Non sapevo che qui ci fossero le talpe e non era la prima buca che vedevo.
Mi avviai verso l’uscita; si stava facendo tardi. Il cielo limpido privo di nubi e il sole ora alto mi avevano fatto dimenticare lo scorrere del tempo. La colazione mi aspettava.
Salutai la solita anziana carica di buste con la spesa alimentare. Dal profumo che sprigionavano, oggi doveva aver acquistato dell’affettato e mi venne l’acquolina e un leggero languorino allo stomaco. Dovevo dirlo a Rosa che quando va da Gigi ne compri qualche etto. Ne vado pazzo!
Allungai il passo e arrivai giusto giusto perché dalla cucina usciva un delizioso aroma di pane tostato, biscotti e caffè… il caffè no, perché mi rende nervoso ma il resto… Pancia mia fatti capanna.
“ Sei qui finalmente. Dove sei stato? Sempre in giro… “ sbraitò Rosa. Quanto l’amavo, era tutto per me.
“Tieni, questo è il tuo latte, vai piano perché è freddo da frigo e queste sono le tue crocchette. Mangia!” e pose sul pavimento due scodelle colme.
“Oh no… “ dissi fra me e me “ la solita sbobba…! “ e sospirando, miagolai debolmente e ci ficcai dentro il muso.

Stefania – nereidebruna

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Un’altra possibilità

Sono disceso sulla terra. Di nuovo. Forse per l’ultima volta.
Ho girato come un vagabondo un po’ ovunque… spaziando in ogni dove e con mio rammarico e dolore ho visto cose inaudite.
Strade disseminate di immondizie puzzolenti. Corsi d’acqua inquinati e i loro abitanti agonizzanti o già scheletriti, privi di vita. Foreste di alberi maestosi divelte e rase al suolo… cemento e alti palazzoni inquietanti sfregiano il cielo un tempo azzurro e oggi di un pallido grigio fumo plumbeo. Che tristezza! Intorno a me povertà e miseria… c’è chi rovista in qualche cassonetto in cerca di cibo avanzato e stantio o di qualche straccio sudicio da poter indossare per coprirsi.
Andirivieni di gente di ogni colore e razza che corre di gran fretta con sguardi cupi e tristi. Nessun saluto… poche chiacchiere e via.
E neppure quell’uomo supino coperto da un cartone a brandelli in quel triste vicolo merita attenzione e pena.
Indifferenza al dolore!
Poco più il là alcune grida: una rissa fra un gruppo di ragazzi. Sono armati di spranghe e coltelli.

Entro, dopo aver bussato con insistenza, in una famiglia: non mi sentono e non mi vedono impegnati da strane occupazioni. Due bimbi davanti a quella diabolica scatola parlante ipnotizzati; non respirano presi da immagini di cruda violenza animata anche se oggi definiti programmi educativi per i giovani. I genitori ci sono? Ah… sì eccoli… La mamma pigia sui tasti del pc e compare quel social network che ormai spopola ovunque. Se non sei su FB… non esisti. Il papà… invece, povero lui, tutto solo intrappolato da una partita di pallone trasmessa in diretta alla tv, in cucina; con una birra in mano urla, impreca… e bestemmia.
Avvilito e sconsolato mi avvio verso l’uscita.
Il mondo sta andando a rotoli.

Una giovane ragazza neppure ventenne entra in uno stabile a più piani. La seguo: attende in silenzio seduta con occhi tristi e velati davanti ad una porta chiusa. L’odore asettico e forte di disinfettante mi provoca un capogiro.
Dopo un po’ una donna in camice bianco la invita ad entrare. Lei mogiamente e con le spalle ricurve da un peso insopportabile scompare all’interno. La porta si chiude. Cade un silenzio tagliente.
Sulle pareti della sala spiccano quasi ad invitarti immagini di piccole creature non ancora formate nel grembo materno.

In una enorme stanza arredata superbamente con mobili ricercati all’ultimo piano di un edificio a specchi… una decina di uomini attorno ad un tavolo rotondo discutono animatamente. Bevono. Ridono. Parlano di denaro, di potere, di armi, di medicinali, di morte… Terrificante! Decidono le sorti di questo mondo. Il mondo è loro? No… no…come si permettono.

Alla fine di una via costeggiata da alcuni alberi rinsecchiti o con foglie ingiallite scorgo una nuda croce posta sulla punta di un tetto spiovente. Oh… finalmente! Il mio cuore esulta… Allungo il passo e… rimango a bocca aperta… sconvolto.
Una imponente struttura luccicante di metallo cromato di forma e disegno bizzarro e alquanto aliena rallenta per un attimo i battiti del mio cuore. Cos’è? Non può essere la Casa di Dio… no… no…
Varco la soglia e rimango senza parole. Ho solo una certezza… qui Lui non c’è. Mi allontano nauseato. Possibile che questo mondo sia ridotto così?

Ricordo i tanti cieli tersi e azzurri, il profumo soave dei fiori… il canto melodico degli uccelli e il loro leggiadro volo. Le enormi distese marine blu cobalto… l’acqua limpida e trasparente.
Non posso neppur dimenticare le risa dei bimbi giocosi nei verdi prati… La dolce ninna nanna di una mamma che stringe fra le braccia la sua creatura. Le mani intrecciate di quella coppia che si ama con purezza di cuore… E tenere parole di conforto e di considerazione al vecchietto che racconta nostalgico di tempi lontani.

Dove è finito tutto questo?

Anche il sole ha perso il suo brillare… ora opaco e velato. Neppure le stelle nelle notti più buie assieme alla tonda luna fanno più sognare.
Una lacrima inumidisce i miei occhi. Mi siedo sconsolato su un freddo muretto scrostato e pennellato da alcuni disegni incomprensibili e da frasi oscene.
Su un tronco amputato e inerte a ridosso di una pozzanghera si posa un piccolo uccello… cinguetta orgoglioso scuotendo il capino. Mi stupisce la sua allegria, il suo canto melodico.
Poco più in là una bambina parla alla sua bambola e ride. Eccola che si avvicina… mi prende la mano:
– Perchè sei così triste? Se vuoi sto un po’ con te e ti faccio compagnia… – La guardo: è così carina con le trecce e il naso a patatina. Le sorrido.
– Sai, ora non sono più triste piccola e ti ringrazio… forse non tutto è perduto. –
– Sono contenta… io sono Angelina e questa è Betty… ti piace? Te la presento. E tu come ti chiami? –
– Piacere… tu come vorresti che mi chiamassi? –
– Beh io non so… assomigli molto a mio papà, ma lui ora è in cielo. Si chiamava Amato. –
– Che bel nome… mi piace…. si, chiamami Amato se vuoi –
– Sì si… hai gli occhi più azzurri di babbo, la barba diversa e i capelli più lunghi, ma sono contenta.-
– Ora devo andare piccola Angelina. –
– Oh… va be’… se proprio devi… ma mi prometti una cosa? –
– Dimmi pure –
– Appena potrai salutami tanto il mio papà… e digli anche che mi manca tanto ma so che è Lassù con mio nonno Berto e gli angioletti – e mi lasciò la mano.
– Lo farò senz’altro… e sai che ti dico: fosse anche solo per te, dolce Angelina ritornerò e salverò questo mondo che nonostante tutto amo e a cui ancora credo. Un’altra possibilità… sì… –
E un attimo dopo… un soffio leggero di vento scompigliò le bionde trecce di Angelina e mosse la gonnellina fiorita del vestitino.
Sul muretto un luccichio… una minuscola goccia di cristallo simile a una lacrima dimenticata.
Poi più nulla.

Il sole nel cielo di nuovo azzurro aveva ripreso a brillare.

Stefania Parolin

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Settembre

Settembre…
ci siamo di nuovo.
Eccolo
far capolino
con i suoi tanti colori
dipinti con pennelli
speciali.
Il rosso carminio
pare polvere di
preziose pietre.
Il giallo
come fine oro,
perso nel vento;
l’arancio
ricorda la vivace estate
andata….
e il bruno
sembra un inno
alla terra
vicina al riposo.
Il cielo
è tinto di bianchi sbuffi
e di calde scie pastello.
Amo il mio settembre
che al mare,
ora placido e silente,
dona nuovo vigore ardente
e una dolce melodia
nell’onda che va.

Stefania

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Il gelato… delizia del palato

Lo sapevate che furono i Romani ad acquisire le tecniche di conservazione e di lavorazione di questo preparato, tanto che studi archeologici nell’area vesuviana hanno riscontrato il consumo di un composto rinfrescante a base di ghiaccio e succo di limone? Ecco… da qui pare nato il gelato…!!!

Io lo adoro… soprattutto al limone… o meglio i gusti alla frutta. E voi???

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Bacicio do Tin – Un libro sul mare che amo….

Questo libro è bellissimo… lo lessi qualche tempo fa, tutto d’un fiato e lo rileggo sempre volentieri… è quasi una mia seconda “Bibbia”, scusate il paragone. Lo scrittore è Alberto Cavanna.

Chi è Alberto Cavanna? Un Davide che nella finale del premio Bancarella lo scorso luglio per poco non metteva ko il Golia Bruno Vespa, perdendo per soli 13 voti. Cavanna è uno scrittore metalmeccanico, impiegato della Fincantieri di Trigoso. Spezzino di adozione gran conoscitore di navi e di mare, ha ricostruito con umorismo e fedeltà storica la biografia del pirata di Portovenere Giovan Battista Caviciòli, detto Bacicio Do Tin, che con il suo sciabecco a vela “Lanpo” attraversò l’alto Tirreno nell’Ottocento, seminando terrore, fino a quando non venne preso e impiccato.
Le cronache raccontano che il pubblico del Bancarella tifasse per lei. “C’è stato un momento di tensione, eravamo testa a testa, poi sono passato in vantaggio e c’è stata un’ovazione della platea, ma il sogno è durato poco”.

Il suo pirata piace anche se è un perdente. “All’ennesima potenza. Un marinaio per nascita, un corsaro per necessità, pirata per disperazione. Non è mai libero di scegliere”. Da corsaro attacca le navi inglesi per conto di Napoleone, da pirata lavora in proprio. “Sì, il corsaro è autorizzato da uno Stato a depredare navi che battono altre bandiere, da pirata cambia la forma e l’oggetto dell’azione. Bacicio cerca di resistere al fiume degli eventi ma non ce la fa e viene travolto”.

Care amiche ve lo consiglio… 

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10 GENNAIO 1493 – Colombo

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10 gennaio 1503

Ho navigato a lungo nei mari del mondo sfidando tempeste e onde impetuose. Spesso ho pensato di non farcela e di venir sopraffatto dalle spume, ma sono qui a ricordare oggi, lo straordinario incontro all’alba di un giorno qualunque in pieno oceano, di venti anni fa.

Dodici ore prima una furiosa burrasca aveva danneggiato la vela maestra e divelto il pennone. La bonaccia successiva permise ai miei uomini di riparare lo squarcio e la rottura; rammentai che il cielo plumbeo sfumava le acque di argento porpora creando preziose ombre leggermente increspate.
Con il binocolo osservai la linea netta dell’orizzonte. Niente… eravamo soli.
Mi appoggiai alla balaustra aggiustandomi il basco. Non rammento quanto tempo passò…pochi minuti, penso.
Il mio sguardo fu catturato da uno strano luccichio, un bagliore luminoso verso poppa.
Puntai in quella direzione e la vidi: vidi una sinuosa forma femminea adagiata su un grosso tronco. I lunghi capelli scuri sciolti e umidi sulle spalle rosee… il busto leggermente inclinato quasi adagiato in una postura rilassata; i seni scoperti piccoli e tondi simili a boccioli. Una immagine irreale e fiabesca… forse un tenero fantasma… una ninfa leggendaria… o forse una mitica nereide.
Non riuscivo a vedere gli arti inferiori essendo immersi nella spesse profondità delle acque marine.
Una leggera brezza spinse lentamente il tronco verso l’imbarcazione e la creatura percepì l’immediato pericolo. Si voltò e mi vide. E io mi persi nei suoi occhi color del mare, nelle sue labbra ben disegnate, in quella fronte spaziosa… nella perfezione del naso, nella pelle color madreperla. Ma fu palese anche la sua improvvisa paura.

Ordinai ai miei uomini di calare una scialuppa. Ci fu un via vai chiassoso… non seppi se feci la cosa giusta, ma un forte desiderio mi spinse.

Appena le fui vicino urtai il tronco facendolo sbattere sulla carena della nave. Due occhi terrorizzati mi trafissero e un urlo simile ad un grido di un animale ferito e in preda ad una primitiva paura mi sconvolse. Un suono stridulo, penetrante e fastidioso e la creatura scivolò velocemente nell’acqua.

– Fermati… non scappare… ti prego – riuscii a dirle con accorata supplica. Non so se capì, ma mi guardò ancora, a lungo tristemente. Mi parve un tempo interminabile… gli occhi negli occhi. Il mio respiro ansimante quasi a fondersi con il suo, i battiti del mio cuore impazziti, forse percepiti anche fra il frantumarsi delle onde. Provai un brivido.

Un vento di maestrale aveva ripreso a soffiare e le vele dei tre alberi si gonfiarono.

E mentre quel corpo scivolava sinuoso intorno alla scialuppa avvolta nella schiuma, ecco apparire a fior d’acqua una lucente pinna argentea. Il sole rimpossessatosi di nuovo del cielo illuminò dolcemente quella splendida creatura; non era fuggita inabissandosi, ma aveva ripreso a girare sbattendo la coda con nervosa violenza.

Le tesi la mano e sperai in una sua resa.

Desideravo accarezzarla anche per un solo attimo.. sfiorare il corvino dei capelli, la vellutatezza della pelle, la morbidezza dei fianchi… la setosità di quel corpo animale che era intriso di leggenda fin dalla notte dei tempi. Si sollevò appena con il viso, protraendosi leggermente e mi ritrovai ancora ad annegare in quegli occhi color del mare.

I miei uomini dall’alto della poppa osservavano in silenzio la scena respirando appena.

Ecco: dolcemente sfiorai i contorni del suo viso che scambiai per fine porcellana. Toccai una ciocca di capelli: erano fili di seta. Lei non si mosse e lasciò che le mie mani scivolassero lungo il collo fino ai seni. Mi parve un sogno… forse era un sogno…

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Una lacrima cristallina scese lungo le sue gote. L’asciugai con una carezza…

– Dimmi qualcosa? Chi sei? Mi capisci? – le chiesi tutto d’un fiato. Ma mi resi conto che non comprendeva. E di  nuovo quel suono, quello strano verso che mi fece rabbrividire. Si divincolò dal contatto e con un colpo possente di coda, s’immerse sparendo nell’abisso.

– Nooo – gridai. Inaspettatamente riaffiorò dopo pochi attimi, e appoggiandosi alla carena della scialuppa mi prese la mano. La sua era gelida: la strinse forte. Provai un tuffo al cuore, un’emozione soprannaturale, una gioia immensa e un desiderio di averla, di sentirla mia… viva e vibrante fra le mie braccia. Cercai di tirarla su, con forza, ma evidentemente non era quello che tale creatura voleva; infatti scivolò via girando più volte intorno alla barca. Non sapevo cosa dovevo fare; ero inerme.

La risposta non tardò.

Mi fissò dritto negli occhi. Il suo viso era contratto e ancor più pallido: pareva potesse sgretolarsi da un momento all’altro. Dalle sue labbra leggermente socchiuse uscì un lungo interminabile soave e delicato lamento. Capii che stava piangendo e che questo era il suo saluto di commiato, il suo addio.

Si fermò di nuovo vicino a me, ma evitò di guardarmi. Il suo capo abbassato mi parve uno stato di resa, un’abbandono alla sorte.

Una forte tristezza s’impossessò di me e invase il mio cuore.

E un attimo dopo… lambita dai flutti e dalle spume, battè la pinna con forza e s’immerse. Pochi secondi per rivedere quel corpo lucente e sinuoso inabissarsi lasciando un vuoto irreale tutt’intorno.

Gli uomini esterefatti ma silenziosi compresero il mio animo triste e non dissero nulla.

Rinchiuso in cabina cercai di tornare alla realtà e di capire il perchè dell’accaduto; non ebbi alcuna risposta neppure negli anni a venire. So per certo però che quel 10 gennaio, in quell’incontro leggendario e magico, in un oceano senza fine, il mio cuore e tutto il mio essere uomo non hanno più provato quei caldi brividi e quelle intense emozioni.

Fine

nereidebruna

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Ulisse

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Per mare tu andasti,
leggendario eroe,
sfidando onde impetuose
e ire divine.
Incontrasti
ammalianti creature
dai canti soavi
e fulgide fanciulle
ebbre d’amore.
Fu l’incantatrice maga,
che nell’oblio ti portò.
In terre lontane,
celate di insidie e
di grandi misteri
più in là dell’orizzonte,
ti spinsero le vele.
Combattesti
oltre le forze
uomini possenti
e spiriti malvagi
perdendo e vincendo
con coraggio e onore.
Ulisse
che per mare vai,
riposa ora
nell’onda natia
illuminata dal sole,
e trova pace
e silenzio
nel suo immenso
infinito blu.

nereidebruna